IL MITO DEL TALENTO

La maggior parte di noi quando vede una persona estremamente abile in un determinato campo, attribuisce la sua bravura al talento.

Crediamo che le persone fenomenali in ciò che fanno siano nate con un dono naturale. Crediamo che la loro grandezza gli sia stata donata per ragioni che nessuno può spiegare.

Crediamo, come facevano gli antichi greci, che siano ispirate, ovvero, che la loro bravura gli sia stata trasmessa dagli dei o dalle muse.

Attribuiamo il successo straordinario al talento perché i fenomeni sembrano fare ciò che fanno senza alcuno sforzo. Inoltre, la teoria del dono naturale spiega la ragione per cui prodigi siano così rari.

L’importanza che diamo al talento ci aiuta ad accettare le nostre prestazione mediocri. In fin dei conti, un dono divino è una cosa rara. Secondo questa spiegazione del successo, c’è poco da fare per migliorare, senza talento non puoi raggiungere grandi risultati.

Non devi più preoccuparti di dover eccellere. Se avessi avuto un dono naturale, te ne saresti accorto da tempo.

La buona notizia è che il talento non è un fattore chiave per avere successo. Ognuno di noi ha la possibilità di raggiungere livelli di rendimento straordinari.

LA RICERCA DEL TALENTO

Nel 1992 un gruppo di ricercatori inglesi analizzò 257 giovani musicisti. I quali vennero divisi in cinque gruppi diversi, a seconda delle loro abilità.

I musicisti del primo gruppo erano riusciti a superare difficili audizioni per entrare in scuole prestigiose, mentre nel quinto gruppo vi erano musicisti che avevano suonato uno strumento per almeno sei mesi prima di abbandonare.

Lo scopo dello studio era dimostrare l’esistenza di una predisposizione naturale che facilita l’apprendimento.

I ricercatori intervistarono a lungo gli studenti e i loro genitori. Quanto praticavano? A quale età suonarono la loro prima canzone? E così via. Inoltre, poterono analizzare i voti degli studenti nei loro esami musicali conseguiti nelle loro scuole.

I risultati della ricerca furono chiari. Il gruppo dei musicisti più abili non aveva nessun tipo di vantaggio nell’apprendimento. I ricercatori non trovarono nessuna traccia del famigerato talento.

I musicisti analizzati avevano, però, indubbiamente raggiunto risultati drasticamente diversi fra loro. Qual era, quindi, la causa della differente abilità musicale degli studenti?

Le ricerche dimostrarono che il fattore determinante dei diversi risultati musicali ottenuti dagli studenti analizzati era solo la quantità di tempo trascorsa a praticare il loro strumento e che non c’è assolutamente nessuna predisposizione naturale che facilita l’apprendimento.

Gli studenti migliori avevano ottenuto ottimi risultati perché praticavano più a lungo ogni giorno rispetto agli studenti che avevano raggiunto risultati mediocri.

Il modo in cui si esercitavano era, però, molto diverso dalla pratica a cui siamo normalmente abituati. I ricercatori definirono questo speciale tipo di pratica: pratica intenzionale.

Ne parleremo nel dettaglio fra poco, prima, però, dobbiamo sfatare il mito del talento di Mozart.

E ALLORA MOZART?

Se il talento non ricopre un aspetto importante nel raggiungimento di risultati eccezionali, come possiamo spiegare casi come quello di Mozart che componeva musica a cinque anni, si esibiva come pianista all’età di 8 anni e scrisse centinaia di opere fino alla sua prematura morte avvenuta all’età di 35 anni. A prima vista, sembra ovvio che Mozart avesse un talento fuori dal comune.

Vale la pena, però, analizzare i fatti nel dettaglio. Leopold Mozart, il padre di Wolfgang Mozart, era un genitore autoritario. Costrinse suo figlio a praticare un programma intensivo nella composizione e nella riproduzione musicale sin dall’età di tre anni.

Leopold era estremamente qualificato nel ricoprire il ruolo di insegnate per il piccolo Wolfgang. Infatti, uno dei suoi maggiori interessi era la didattica della musica.

Leopold era un musicista mediocre, ma era un bravissimo insegnante. Lo stesso anno in cui nacque Mozart, Leopold pubblicò un libro sull’insegnamento del violino che rimase influente per decenni.

Quindi, sin da bambino Mozart ebbe l’opportunità di essere seguito da un insegnante esperto costantemente al suo fianco.

Nessuna delle prime opere di Mozart viene riconosciuta oggi come una grande composizione musicale, sono solo il lavoro di allenamento di un giovane compositore.

I suoi primi lavori sono ugualmente degni di nota perché frutto di un bambino, ma ciò dovrebbe far sorgere comunque qualche dubbio. Infatti, i manoscritti non sono composti nella calligrafia di Mozart. Leopold li “correggeva” prima che nessun altro li potesse vedere.

Inoltre, è curioso che Leopold smise di comporre proprio quando iniziò ad insegnare a Wolfgang.

La prima opera di Mozart considerata un capolavoro è il concerto per pianoforte e orchestra n. 9 che compose quando aveva 21 anni. certamente una giovane età, ma dobbiamo ricordare che a quel punto Mozart aveva seguito per ben 18 anni gli insegnamenti estremamente duri e professionali del padre.

Se pensiamo che Mozart dovette esercitarsi per 18 anni di fila prima di essere in grado di creare il suo primo capolavoro, il talento che gli viene attribuito diventa un termine abbastanza bizzarro.

LE CARATTERISTICHE DELLA PRATICA INTENZIONALE

1) È IDEATA PER MIGLIORARE

Per praticare intenzionalmente è necessario individuare gli aspetti della propria abilità che necessitano di essere migliorati.

I grandi professionisti isolano specifici aspetti del loro lavoro in cui sono carenti e si concentrano su di essi fin quando riescono a migliorarli. solamente poi passano all’aspetto successivo.

In ogni campo, ci sono un’infinità di tecniche a disposizione per poter esercitare le proprie abilità.

Perciò è sempre una buona idea avere un insegnante che sappia giudicare quale sia l’allenamento adatto per correggere i tuoi punti deboli. Non è un caso che i grandi campioni abbiano degli insegnanti professionisti.

Scegliere esercizi efficaci è di per sé una capacità importante.

Ci sono tre diverse difficoltà principali nella pratica di qualsiasi abilità. La prima è la “Zona di comfort” in cui è impossibile migliorare perché sai già fare alla perfezione ciò che stai praticando.

La seconda è la “Zona di apprendimento” in cui puoi migliorare le tue abilità perché la difficoltà della pratica è perfetta, fuori dalla tua “Zona di comfort”, ma prima della “Zona di panico”.

Nella “Zona di panico” è di nuovo impossibile migliorare le tue abilità perché la difficoltà della pratica è troppo alta per il tuo livello attuale. La “Zona di panico” equivale a sciare su una pista nera il tuo primo giorno di pratica.

La caratteristica più importante della pratica intenzionale è riconoscere la propria “Zona di apprendimento” e scegliere esercizi che siano compresi in essa. Una volta che la vecchia “Zona di apprendimento” diventa la nuova “Zona di comfort” bisogna rimettersi in difficoltà accedendo la nuova “Zona di apprendimento”.

2) RIPETIZIONE, RIPETIZIONE E ANCORA RIPETIZIONE.

I grandi campioni ripetono gli esercizi nella loro “Zona di apprendimento” per un periodo di tempo di gran lunga superiore alla norma. Infatti, le pratiche intenzionali più efficaci sono generalmente quelle che possono essere ripetute per un gran numero di volte.

3) IL RUOLO CHIAVE DEL FEEDBACK.

Puoi praticare all’infinito, ma senza essere cosciente dei risultati del tuo allenamento non riuscirai a migliorare. Potresti credere di aver interpretato una canzone alla perfezione, anche se in realtà hai commesso degli errori madornali. In queste situazioni un maestro, allenatore o mentore può giudicare le tue prestazioni da una prospettiva esterna e fornirti il feedback necessario per migliorare.

4) È SOPRATTUTTO UN ESERCIZIO MENTALE

La pratica intenzionale necessita di un alto livello di concentrazione. È questa particolare applicazione che la rende “intenzionale”. La ricerca e l’allenamento continuo dei propri punti deboli richiedono un notevole sforzo mentale.

Una pratica così complessa è difficile da sostenere per un lungo periodo. In genere, il tempo massimo tollerabile di pratica intenzionale sembra essere di cinque ore. Le quali vengono raggiunte grazie a sessioni non superiori ai 90 minuti o all’ora e mezza.

5) NON È DIVERTENTE

Fare ciò che sappiamo fare bene è piacevole. La pratica intenzionale è esattamente l’opposto, infatti, vengono allenati di continuo gli aspetti in cui si è più carente grazie ad attività mirate a metterci in difficoltà.

È questa la ragione per cui le persone di “Talento” sono così rare. Se fosse facile allenarsi per diventare un fenomeno, lo farebbero tutti. Il fatto che la pratica intenzionale sia così difficile è una buona notizia: la maggior parte delle persone non è disposta a pagare il prezzo necessario per eccellere. Ciò vuol dire meno concorrenza per chi, invece, è disposto a sacrificarsi.

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