Prima di tutto, voglio chiarire che non sono buddista, ma ho sempre trovato utile il modo di percepire la realtà presente nel buddismo, specialmente nello zen, e più in generale nella filosofia orientale.

Credo sinceramente che ognuno di noi possa imparare da questi insegnamenti, non importa quale sia la nostra religione.

Thich Nhat Hanh, un famoso monaco buddista, racconta di come una volta incontrò un prete che gli confidò che gli insegnamenti buddisti lo resero un cristiano migliore. Spero veramente riusciate ad essere pragmatici come lui.

IL BUDDISMO NON È UNA RELIGIONE

Il buddismo non è propriamente una religione, è più un approccio alla vita, perché non ha un sistema di credenze, non bisogna seguire delle dottrine o accettare dei dogmi. In realtà, è il contrario; infatti, il Buddha consiglia di percepire l’universo senza preconcetti, e verificare in prima persona ogni insegnamento o idea. Consiglia di dubitare invece di credere, di fidarsi o dare per scontato.

Questo perché se ci aggrappiamo agli insegnamenti buddisti, o a qualunque altro insegnamento, prima o poi diventeranno degli ostacoli per la nostra crescita. Un proverbio zen dice

“Se incontri il Buddha sul tuo percorso, uccidilo.”

Gli insegnamenti del Buddha, o di ogni altra grande figura spirituale, possono aiutarci ma non troveremo mai la Verità in essi.

Citando il Buddha:

“Non credete in me perché mi vedete come il vostro insegnante, non credete in me perché altri lo fanno, non credete in me perché lo avete letto in un libro. Non affidate la vostra fede a dei racconti, a delle tradizioni, a delle dicerie, o all’autorità di leader o testi religiosi. Non fate affidamento solamente sulla logica, sulle deduzioni, sulle apparenze, o sulle speculazioni.”

Il Buddha-Darma, ovvero, gli insegnamenti del Buddha suggeriscono di non guardare il dito che punta alla luna, ma la luna stessa, suggeriscono di fare un’esperienza diretta della Verità senza delegarne a nessuno l’interpretazione. Infatti, la Verità non ha bisogna di essere interpretata, bisogna solo diventarne coscienti.

LA NOSTRA SITUAZIONE

Il Buddha parlava delle persone usando il termine “fiume” o il termine “flusso”. Un fiume in costante movimento, eternamente diverso dal momento precedente. Nonostante ognuno di noi sia il fiume, abbiamo la sensazione di essere gocce d’acqua separate, crediamo di avere un’identità personale, crediamo di essere profondamente diversi gli uni dagli altri.

In realtà, non ci sono gocce d’acqua separate nel fiume, c’è solo il fiume. Quello che noi percepiamo come una goccia d’acqua è una parte del fiume. In realtà, non esistiamo come una particolare goccia d’acqua.

Se siamo parte del fiume, cos’è che fa esperienza del flusso, dello scorrere, del cambiamento? Il Buddha capì che non c’è un’entità separata che ha un’esperienza. Vi è un’esperienza, ma non un’entità a cui quest’esperienza accade. Vi è una percezione ma non un’entità che sta percependo. C’è coscienza, ma non un io particolare che può essere localizzato.

Una volta realizzato che il nostro senso dell’io è falso, non avremo più paure, non avremo più domande esistenziali perché queste domande si basano sulla credenza in un io separato dal resto della natura.

Quando capiamo che il nostro io non esiste, smettiamo di soffrire. Infatti, possiamo ricondurre ogni singola nostra paura, ogni singolo nostro problema alla nostra credenza di essere un “Io” che dobbiamo proteggere e preservare. In poche parole, smetteremo di proteggere qualcosa che non esiste.

Citando il Buddha:

“Proprio come un uomo sussulta terrorizzato quando calpesta un serpente, ma ride di sé quando si rende conte che è solamente una corda così anche io un giorno ho scoperto che ciò che chiamavo “io” non poteva essere trovato, e tutte le mie paure scomparirono insieme al mio errore.”

Ovviamente, capire che l’io non esiste è un compito difficile. Per porre fine a quest’illusione dobbiamo diventare coscienti della differenza che c’è tra i concetti che abbiamo a proposito della realtà e la realtà di per sé.

U.G. Krishnamurti disse che il giorno in cui insegniamo ad un bambino la parola cane, il bambino non vedrà più il cane.

L’“Io” non è altro che un concetto, che una definizione, che un pensiero che ci impedisce di percepire la realtà di per sé. Quello che solitamente percepiamo come “Io” è solamente un groviglio di idee e pensieri.

Una volta che smetteremo di sovrapporre i nostri concetti alla realtà, la nozione di un “Io” separato dal resto del tutto non avrà luogo. Anche se continueremo ad avere pensieri e sensazioni, non avremo un “Io” che dobbiamo proteggere, ci saranno solamente calma e assenza di paure. Con questa realizzazione avviene una trasformazione radicale della nostra esperienza di vita, ovvero, ci si sente come se i nostri pensieri e le nostre azioni stessero accadendo da sole.

Faremo sempre delle scelte, prenderemo sempre delle decisioni, ma non ci sarà più il senso dell’“Io” a reclamarne la paternità. Ci comporteremo spontaneamente in relazione alle circostanze, faremo ciò che bisogna fare, senza pensarci su.

Diventeremo parte integrante della natura che non ha fretta eppure tutto realizza. Questo perché le nostre azioni non saranno più le nostre azioni, ma saranno le azioni del flusso di cui facciamo parte e saranno sostenute dalla forza di tutta la corrente perché saranno una manifestazione del tutto.

L’INTERDIPENDENZA

Probabilmente hai già ascolto che la realtà è vuota, o che l’universo è un’illusione. Non dobbiamo fare l’errore, però, di prendere alla lettera questi insegnamenti, l’universo è un’illusione solamente quando percepito come una serie di eventi separati gli uni dagli altri, ma reale quando percepito come un insieme.

I concetti che abbiamo a proposito della realtà sono un’illusione, non la realtà di per se.

Un libro non è un libro, un libro è un concetto che usiamo per separare la realtà e poter comunicare quello che vogliamo dire. Per definire cosa sia un libro, dobbiamo definire anche tutto ciò che non è, ed è proprio così che separiamo la realtà in tanti piccoli concetti. Per questo possiamo dire che un libro è un’illusione, ovvero, il concetto di libro è un’illusione.

Non possiamo esprimere attraverso il linguaggio cosa sia realmente un libro. Per esempio, un libro non è solamente un accumulo di carta, o qualsiasi altra definizione possiamo dargli.

Per capire meglio quello che voglio dire, prova a chiederti quando sia stato creato il tuo libro preferito? È stato creato quando l’albero, da cui è stata ricavata la carta, è stato abbattuto? Oppure, è stato creato quando l’autore si è seduto a scrivere al computer?

Oppure, quando è nato questo video? Qualche giorno fa quando mi è venuta in mente l’idea di parlare di questi argomenti? Ovviamente no, perché se non mi fossi interessato a studiarli da me non avrei potuto parlarne.

Quindi, è forse nato quando ho iniziato ad interessarmi di filosofia? Ovviamente no, perché se non fosse per gli insegnamenti di persone vissute centinaia di anni fa questo video non sarebbe stato possibile.

Dire con certezza quando qualcosa è venuta in esistenza o quando cesserà di esistere, è impossibile perché tutto avviene in relazione al tutto. Prova a chiederti quando tu sia nato, e scoprirai che non puoi dire quale singolo evento abbia portato alla tua nascita.

Ora però, non dobbiamo fare l’errore di diventare degli estremisti, dobbiamo essere ancora in grado di percepire il mondo attraverso dei concetti, di comunicare con gli altri e allo stesso tempo di andare oltre questi concetti e diventare coscienti dell’interdipendenza di ogni cosa.

Un detto Zen dice

“Prima dell’illuminazione, una montagna è una montagna. Durante l’illuminazione, una montagna non è una montagna, dopo l’illuminazione, una montagna è di nuovo una montagna”

IL BUDDHA-DHARMA

Il buddismo è composto da quattro insegnamenti principali, che sono conosciuti come le quattro nobili verità.

  1. La vita è caratterizzata dall’insoddisfazione.
  2. L’origine dell’insoddisfazione è in noi stessi.
  3. Possiamo riconoscere le cause dell’insoddisfazione e perciò possiamo smettere di soffrire.
  4. Per superare l’insoddisfazione dobbiamo riconoscere che non c’è nulla al di fuori di noi stessi che dobbiamo raggiungere perché il momento presente è perfetto così com’è. (La quarta nobile verità ha otto aspetti, ed è per questo che è anche conosciuta come il nobile ottuplice sentiero.)

LA VITA È CARATTERIZZATA DALL’INSODDISFAZIONE

Duhkha deriva da una parola sanscrita che vuol dire ruota mal funzionante. Possiamo immaginare quanto possa essere fastidioso guidare un carro con una ruota rotta, guidandolo dovremo affrontare dei costanti sobbalzi e sbattimenti.

Quest’immagine somiglia alla nostra situazione, infatti, abbiamo la sensazione che nelle nostre vite manchi qualcosa di fondamentale. E questo ci infastidisce, ci rende costantemente infelici. Ogni volta che la ruota gira, ogni giorno che passa, proviamo dolore. Nonostante i nostri sforzi per essere felici, prima o poi il dolore e l’irritazione ritornano.

Ci sono tre tipi diversi di duhkha:

  1. Dolore fisico o mentale.
  2. Il cambiamento, infatti, tutto è in costante flusso, ma noi vogliamo che la realtà resti la stessa.
  3. Dolore esistenziale, perché non siamo capaci di rispondere alle domande primordiali, cosa siamo? Da dove siamo venuti? Cosa ci succederà dopo la morte?

L’ORIGINE DELL’INSODDISFAZIONE È IN NOI STESSI 

Sono tre le cause della nostra insoddisfazione:

  1. Desideri sensoriali, pensiamo che questi siano solamente fisici, ma sono anche mentali. Infatti, vogliamo avere conversazioni interessanti, una vita emozionale bilanciata, vogliamo essere stimolati e intrattenuti attraverso l’arte e così via. In realtà, la gran parte dei nostri desideri sensoriali sono proprio mentali.
  2. Vogliamo vivere per sempre.
  3. Vogliamo mettere fine a una vita di sofferenza.

POSSIAMO SMETTERE DI SOFFRIRE

Per superare l’insoddisfazione dobbiamo smettere di combattere il momento presente, desiderando che sia diverso da ciò che già è.

Questo desiderio di controllo e di resistenza al presente è causato dal falso senso dell’io, perciò, dobbiamo realizzare che il nostro senso d’identità come dei singoli soggetti separati dal resto dell’universo è falso.

Infatti, non esistiamo da soli, ma in relazione al resto del tutto. Ognuno di noi è una piccola parte del tutto. Dovremmo diventare coscienti della nostra profonda connessione con la natura e di come le nostre vite siano connesse le une alle altre.

IL NOBILE OTTUPLICE SENTIERO

Retta visione

La retta visione è l’essere coscienti del fatto che ci sia qualcosa di problematico e doloroso riguardo l’esperienza della vita umana. È l’essere coscienti che la felicità che stiamo cercando non può essere trovata in un oggetto, in un’opinione, o in un concetto. È la fine della ricerca di un completamento all’esterno di noi stessi che possa mettere fine alla nostra insoddisfazione.

Retta intenzione

La retta intenzione è la volontà di vivere nel momento presente senza avere l’obiettivo di guadagnare qualcosa in esso, senza che la nostra mente divida l’adesso in ciò che vogliamo e in ciò che non vogliamo.

Infatti, fin quando la nostra mente desidera avvicinarsi o allontanarsi da cose o situazioni, il dolore e la sofferenza saranno sempre delle costanti. Se cerchiamo di fermare la mente dal dividere la realtà in passato e futuro, lo farà ancora di più. Invece, dobbiamo concentrarci semplicemente sul momento presente. Ovviamente, questo approccio non deve confondersi con la passività.

Retta parola

Vuol dire usare il linguaggio per costruire, per aiutare invece di distruggere e creare dolore, vuol dire essere coscienti dell’influenza che le nostre parole hanno su di noi e sugli altri.

Retta azione

Retta azione è agire senza essere dipendenti dal risultato delle nostre azioni. Infatti, Ogni volta che cerchiamo di rafforzare il nostro senso d’identità attraverso il raggiungimento di un determinato obiettivo proveremo dukkha, proveremo insoddisfazione.

Citando Eckhart Tolle

“Fino a che l’ego dirige la vostra vita, avete due maniere di essere infelici. Una è non avere ciò che volete. L’altra è avere ciò che volete.”

Retta azione è azione senza interferenza dell’ego, possiamo agire liberi dal risultato delle nostre azioni solamente quando smettiamo di percepire noi stessi come un’entità separata dal resto del cosmo.

Retta sussistenza

Retta sussistenza è guadagnarsi da vivere senza causare dolore a noi stessi e agli altri. Spesso il nostro lavoro è la causa di preoccupazioni non necessarie, di cui potremmo fare a meno semplicemente trovando il coraggio di cambiare.

Retto Sforzo

Retto sforzo vuol dire concentrarsi su ciò che possiamo influenzare e smettere di cercare di controllare persone, cose o eventi sui quali non abbiamo nessun controllo. Vuol dire immergersi nel momento presente senza resistenza, accettando ciò che è, vuol dire diventare uno con l’adesso. Vivere nel presente non è qualcosa che dobbiamo cercare di forzare o controllare, è il nostro stato naturale e quando ci liberiamo dal nostro falso senso d’identità, avviene spontaneamente.

Quando non accettiamo l’adesso, e vogliamo cambiarlo per ottenere qualcosa che soddisfi il nostro ego, stiamo andando contro l’intero universo. Infatti, il momento presente non è altro che la direzione in cui tutto l’universo, tutto il fiume di cui parlavamo prima, ha deciso di muoversi, e ogni volta che non accettiamo questa direzione perché è diversa da ciò che vogliamo, proveremo insoddisfazione.

Retta presenza mentale

Prova ad immaginare di essere un astronauta bloccato sulla luna perché la tua navicella è fuori uso. Puoi vedere la terra e tutta la sua bellezza, ma non puoi tornare indietro. Tutto ciò che puoi fare è osservare il tuo pianeta, e sognare di riabbracciare la tua famiglia. Un giorno, però, riesci ad aggiustare la navicella, e a tornare finalmente sulla terra. Come ti sentirai? Come percepirai un tramonto? Come percepirai l’abbaiare di un cane? Quanto saranno vivi i tuoi sensi? Secondo Thich Nhat Hanh, è così che dovremmo camminare ogni giorno sulla terra.

Retta concentrazione

È l’abilità di mantenere la corretta attitudine interiore durante la meditazione, ovvero, di concentrare la mente su un singolo oggetto.

In conclusione, se vogliamo mettere fine all’insoddisfazione dobbiamo abbandonare anche l’ottuplice sentiero, anche il buddismo, o qualsiasi altro insegnamento. Non dobbiamo fare l’errore di considerare sacri gli insegnamenti del Buddha.

Questi insegnamenti servono solo a ricordarci il nostro posto nell’universo. Sono come la zattera che usiamo per attraversare un ruscello. La usiamo fino a quando siamo arrivati alla sponda opposta, e poi la lasciamo indietro per chi ne potrebbe avere bisogno. Non serve portarcela dietro, ci sarebbe solo d’intralcio.

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