Cos’è la Bhagavad Gita?

Le sacre scritture indiane sono conosciute nel loro insieme come Vedas. La radice della parola è vid che significa “conoscenza”.

La porzione dei Vedas in cui gli insegnamenti spirituali vengono discussi in modo diretto si chiama Vedanta ed è anche conosciuta come Upanishad. Tuttavia, la maggior parte delle persone trovava difficoltà nel comprendere i contenuti espressi così direttamente.

Per favorirne la comprensione, le profonde verità spirituali presenti nelle Upanishad vennero trasmesse attraverso un racconto epico chiamato Mahabharata, di cui la Bhagavad Gita fa parte.

Riassunto della Bhagavad Gita

La Gita inizia quando due eserciti sono in procinto di scontrarsi sul campo di battaglia per il controllo di un regno nell’antica India. La famiglia dei Pandavas era stata ingiustamente esiliata e privata di ogni territorio, dai loro stessi cugini, la famiglia dei Kauravas.

I protagonisti del dialogo che costituisce la Gita sono Arjuna, il condottiero dei Pandavas, e Krishna, il cocchiere del carro da guerra di Arjuna, che in realtà è l’incarnazione di Vishnu la divinità suprema nella cultura Indù.

Quando Arjuna scorge nell’esercito avversario le facce dei propri cugini, zii, amici, insegnanti e conoscenti decide di deporre le armi e rifiuta di combattere contro i propri famigliari. Tuttavia, Krishna, grazie ai suoi insegnamenti, persuade Arjuna della bontà delle proprie azioni, e lo convince a raccogliere le proprie armi e a scatenare la guerra contro i Kauravas.

Arjuna non vuole combattere perché ha paura delle conseguenze negative che le sue azioni avranno sulla sua anima. Perciò decide di rimanere impassibile. L’errore che commette Arjuna è un po’ l’errore che facciamo tutti noi.

Interpretazione della Bhagavad Gita

Crediamo che sia possibile condurre una vita religiosa solamente astenendosi da ogni tipo di azione. Molti di noi percepiscono istantaneamente le persone che hanno successo come malvagie. Infatti, lo stereotipo che abbiamo di una persona illuminata è un anziano signore che vive sulla cima di una montagna e che ha rinunciato a ogni tentazione terrena.

Ma nonostante un eremita conduca una vita apparentemente religiosa, non è detto che egli abbia raggiunto la perfezione spirituale. Infatti, potrebbe essere dipendente dalla sua caverna, dal suo cuscino, dal suo incenso e non appena qualcuno arriva a visitarlo e minaccia di privarlo delle sue possessioni, può perdere completamente la calma. In effetti, è molto più facile fare finta di condurre una vita religiosa sulla cima di una montagna che nel caos quotidiano di ogni giorno.

Cos’è il Karma Yoga?

Così, Krishna, per fargli cambiare idea, espone le basi del Karma Yoga ad Arjuna. Il Karma Yoga è azione priva dell’ego e di desideri personali. Quando agiamo privi del nostro falso senso d’identità, le nostre azioni sono al servizio della coscienza divina e sorgono spontanee da essa. Attraverso il Karma Yoga qualsiasi azione può diventare una preghiera e un gesto di devozione verso Dio.

Qualsiasi cosa decidiamo di fare nella nostra vita, può diventare un’espressione del divino che è presente in ognuno di noi. Possiamo pregare creando un business di successo, giocando a calcio, diventando dei campioni di poker a patto che le nostre azioni siano prive di ego e desideri personali e siano offerte come sacrificio verso Dio.

Segui il tuo Dharma

In un certo senso la volontà divina, ovvero, Krishna vuole che ognuno di noi rispetti il proprio dharma, il proprio scopo nella vita, e raggiunga la propria massima realizzazione che nel caso di Arjuna è diventare il leader del proprio esercito.

Per essere in grado di seguire il Karma Yoga e purificare le nostre azioni da ogni tipo di desiderio personale dobbiamo scegliere di sacrificare la nostra vita per Krishna. Nella cultura Indù la realtà è un riflesso di Dio, quindi ogni persona è un’incarnazione della divinità.

Infatti, Krishna dice “Io sono la vera essenza nel cuore di tutte le creature. Sono il loro inizio, la loro metà e anche la loro fine.”

Perciò sacrificarsi non vuol dire solamente servire Dio in senso assoluto, ma anche ogni persona che incontriamo ogni giorno nella nostra vita. Quando ti sacrifichi per gli altri, in realtà ti stai sacrificando anche per Dio. Quindi una madre che si prende cura del proprio figlio, in realtà sta sacrificando se stessa per Dio. Il sacrifico ovviamente è un sinonimo di amore.

Infatti, parafrasando Krishna:

“Attraverso il sacrificio, esprimi il tuo amore verso Dio e lui esprime il tuo amore verso te.”

La natura stessa è un rapporto di sacrificio e amore, in un certo senso il Sole sacrifica se stesso per donare luce alla terra. La pioggia sacrifica se stessa per far crescere l’erba. L’erba sacrifica se stessa per donare energia agli animali. E questo è un concetto che purtroppo nella nostra cultura è andato perso.

L’importanza del sacrificio

Quando gli indiani d’America uccidevano un bufalo, ringraziavano la divinità presente in esso per essersi sacrificata e avergli donato energia, per loro il sacrificio di un bufalo era un vero e proprio evento sacro. Quando gli europei invasero l’America e iniziarono a sterminare i bufali senza ritegno fu un sacrilegio per gli Indiani.

Il sacrificio che Krishna chiede ad Arjuna è quello di seguire il suo Dharma e scatenare la battaglia contro i Kauravas. La domanda che ognuno di noi deve chiedersi a questo punto è “Come posso servire, sacrificarmi e amare Dio seguendo il mio dharma?”

Per esempio, la maniera migliore per uno scultore di servire e avvicinarsi a Dio è esprimere al massimo le sue abilità creando sculture, libero da desideri personali, cosicché le sue azioni diventino una manifestazione della volontà divina.

L’insegnamento più importante e pragmatico della gita, secondo me, è proprio questo, quando seguiamo il nostro dharma e agiamo liberi dall’ego e dai desideri personali non c’è nessuna differenza tra una vita di contemplazione e una vita dedicata all’azione. Infatti, Krishna dice ad Arjuna:

“Quando segui la tua vocazione, veneri il Creatore di tutti gli esseri viventi e per questo raggiungi la perfezione.”

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